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TESTA STORTA - Apeiron Teatro
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TESTA STORTA

TESTA STORTA

Vale la pena passare tutto l’inverno, con il freddo e il gelo, per vedere quel bocciolo di rosa fiorire a primavera

Sabato 28 Ottobre 2017, ancora in compagnia della mia adorata mammina, sono andata a vedere “Testa Storta”, tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice Nava Semel, reso testo teatrale da Tobia Rossi, diretto da Manuel Renga e interpretato da Alessio Lussiana e Valeria Perdonò, per la rassegna “Altroteatro” di “ARS Creazione e Spettacolo” presso lo Spazio Studio S. Orsola di Mantova.

Recensione teatrale a cura di Francesca Colombara

 

Attraverso lo sguardo sognante e spietato di Tommaso – soprannominato Testa Storta – vengono narrate le vicissitudini che si trova a vivere la sua famiglia adottiva, composta da una madre e una figlia con un passato turbolento e qualche segreto, che abitano un’immensa e fatiscente cascina in mezzo alla campagna piemontese del 1943, quando le truppe tedesche arrivano in Italia per deportare migliaia di ebrei e persone non ritenute di razza ariana nei campi di concentramento. Presto Tommaso si rende conto che, in soffitta, c’è nascosto qualcosa. O qualcuno. Il piccolo scatena la sua fantasia, alimentata dal racconto della celebra opera verdiana “Aida”, e si improvvisa investigatore, pensando ad improbabili ipotesi e lanciandosi in avventurose esplorazioni, fino a far emergere una sconvolgente verità che lo riguarda da vicino.

Shoah, Resistenza Partigiana, Amore, Sacrificio, Sofferenza, Paura  sono le tematiche che lo spettatore si trova sviscerati sulla scena, dove si avvicendano sette personaggi ma due soli gli interpreti che si suddividono i ruoli, non solo monologando in prima persona ma anche facendoli interagire sulla scena. E qui sta la grande bravura di Valeria e Alessandro; con semplici gesti, chiari e caratterizzanti, danno vita prima all’uno e poi all’altro personaggio senza perdere di veridicità, di autenticità del personaggio e soprattutto senza perdere la dimensione cruda e realistica di ciò che viene raccontato. Una grande prova di talento.

 

La drammaturgia risulta fluida e poetica nel suo mescolare l’io narrante, che passa da Tommaso a Maddalena, alle situazioni del testo; questo consente alla narrazione di viaggiare liberamente nel tempo e nello spazio, mantenendo sempre alta l’attenzione dello spettatore, che trova sempre più proiettato nella storia, e di assumere, di volta in volta, il punto di vista dei diversi personaggi, che risultano tridimensionali poiché ognuno di loro appare diverso al pubblico se visto attraverso gli occhi di Tommaso oppure attraverso quelli di Maddalena. 

Lo spazio scenico è ambientato nel luogo della memoria per antonomasia: la soffitta, composta da pochi e precisi oggetti coperti da teli.  Mossi con semplicità, eleganza e precisione dagli attori,  creando così dei cambi di scena di grande effetto e facendo leva sull’immaginazione del pubblico,  gli oggetti danno vita ai luoghi principali della narrazione.

E il filo rosso che lega ogni elemento della narrazione è la musica: perché la musica dà origine alla storia stessa, dà speranza ai personaggi, copre i cattivi pensieri,  permette di sopportare la claustrofobia e la reclusione e di salvarsi dalla follia. Non solo la musica intesa come brano di un’ opera ma la musica delle cose, dei piccoli oggetti. La musica della natura.

Uno spettacolo commovente

 

Per ora è tutto. Alla prossima recensione.

xoxo
Francesca

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